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WhatsApp vs eMail Marketing: il confronto che quasi nessuno fa correttamente

Nicola Severino
Marketing Automation Expert

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Open rate WhatsApp: 80-90%. Open rate email: 35-45%. Click rate WhatsApp: 10%+. Click rate email: 2-3%.
Fin qui i miei colleghi hanno ragione.
Il problema è quello che viene sistematicamente omesso dopo quei numeri.
Uso WhatsApp. Ci fattura sopra. E lo dico lo stesso.
Prima di andare avanti voglio essere chiaro su una cosa: uso WhatsApp Marketing con diversi miei clienti. Con alcuni, le fatture Klaviyo per i messaggi di testo superano quelle per le email. Non sono contrario al canale, non lo trovo inferiore, non sto cercando di convincerti a non usarlo.
Sto cercando di convincerti a leggerlo correttamente.
Perché ogni volta che sento o leggo "WhatsApp performa meglio dell'email", manca sempre la domanda più importante: su quale audience?
Il problema si chiama selection bias, non survivorship bias
Il termine che descrive il problema è selection bias: chi ha dato il consenso a ricevere messaggi WhatsApp non è un campione casuale della tua lista contatti. È quasi sempre:
un cliente già attivo, spesso tra i più fedeli
un lead con caratteristiche simili a un cliente - alto intento, alta familiarità con il brand
qualcuno che ha esplicitamente scelto un canale più intimo e personale di una newsletter
Confrontare le performance di questo segmento con una campagna email broadcast all'intera lista è come confrontare il tasso di conversione di chi entra in un negozio fisico con chi vede un banner display su un sito. Stai misurando due cose radicalmente diverse, non due canali sulla stessa audience.
Il canale non è più efficace. L'audience è strutturalmente diversa.
Il circolo distorto che alimenta la narrativa
La cosa più onesta che posso dirti è che questo non è quasi mai malafede intenzionale. È un sistema che produce incentivi distorti a tutti i livelli, e nessuno ha interesse a fermarsi a correggere.
Il meccanismo funziona così:
Chi vende la piattaforma (Spoki, Wati, e altri) pubblica benchmark generosi senza contestualizzarli - è marketing, è normale, ma i numeri rimangono lì.
Articoli di settore e post LinkedIn amplificano quei numeri, spesso in buona fede, citando le statistiche senza il contesto.
Il cliente arriva alla call con aspettative già formate: "ho letto che WhatsApp ha open rate del 90%, voglio farlo anche io".
Il consulente propone WhatsApp perché è posizionante, il cliente lo vuole, e numeri generosi rendono tutto più facile da vendere.
Nessuno - né la piattaforma, né il settore, né il consulente - ha interesse a dire "aspetta, quelle metriche valgono solo su quella specifica audience".
L'unico che ci rimette è il cliente, che inizia il progetto con aspettative già sbagliate.
Come dovrebbe essere fatto il confronto
Se vuoi misurare onestamente se WhatsApp performa meglio dell'email per il tuo business, devi farlo sulla stessa audience: stessi profili, stessa finestra temporale, stesso messaggio adattato al formato di ciascun canale.
In quel caso troverai comunque dei vantaggi a favore di WhatsApp su certi tipi di comunicazione - messaggi urgenti, conferme, reminder. È un canale con caratteristiche proprie che lo rendono adatto a contesti specifici.
Ma quella differenza sarà molto più piccola di quanto i benchmark di settore ti fanno credere. Perché la differenza che vedi oggi non è quasi mai il canale. È l'audience.
I dati rispondono alle domande che gli fai
"Se torturiamo abbastanza i dati, questi ci diranno quello che vogliamo." - Ronald Coase
I numeri di WhatsApp sono reali. Il problema è che vengono presentati senza la domanda giusta: su chi stai misurando questo? Senza quella risposta, qualsiasi benchmark di canale è solo una storia che i dati raccontano perché gliel'hai chiesta tu.
Usare WhatsApp bene significa capire questo prima di partire - non impostare aspettative sui benchmark della landing page della piattaforma e poi spiegare al cliente perché i suoi numeri sono diversi.
Significa dire la verità anche quando è meno comoda da vendere.



